Immagina la scena: in griglia, manca poco alla partenza della granfondo. Ognuno dei partecipanti, centinaia oppure migliaia a seconda della manifestazione, ha il suo obiettivo. Alcune decine o forse centinaia, tra uomini e donne, percorso lungo e percorso medio, puntano alla vittoria o comunque a “fare la gara”. Altri, tanti altri, puntano al piazzamento migliore possibile. Infine ci sono quelli che gareggiano solo contro se stessi, per migliorare il tempo dell’anno prima, o anche solo per far bene in uno specifico tratto del percorso, magari la salita più importante. Ma come è possibile far convivere tutti questi granfondisti con obiettivi diversi?

Il sistema delle griglie

Il sistema delle griglie, alla partenza, ha in parte questo scopo. Far partire per primi i più forti e quindi evitare che si trovino frenati da concorrenti più lenti. Il problema è che, oltre un certo limite, è difficile stabilire chi siano i più forti e quindi, tolti i primissimi, si tende ad assegnare i pettorali, e di conseguenza la posizione in griglia, in base alla data di iscrizione. In altre parole, chi si iscrive per primo parte davanti, sempre fatte salve le prime posizioni che sono assegnate in base a criteri di merito o di prestigio del partecipante.  Alcune granfondo tendono a distaccare le griglie. Per esempio, alla Novecolli una griglia ottiene il via libera tre minuti dopo la partenza dell’ultimo concorrente della griglia precedente. È un buon sistema per evitare intasamenti nei primissimi chilometri ma poi i più veloci di una griglia raggiungono i più lenti della griglia precedente e si trovano costretti a pericolosi slalom per continuare alla loro velocità e recuperare posizioni. Ho avuto la fortuna di discutere l’argomento con Alessandro Spada, Presidente della Fausto Coppi e della Nove Colli, il quale mi ha spiegato che è praticamente impossibile staccare di più le griglie, perché questo implicherebbe occupazioni delle strade da parte della granfondo per periodi di tempo ancora più lunghi, ben oltre quelli imposti dalle ordinanze che stabiliscono le regole per consentire il passaggio della manifestazione.

 

Un passaggio della Ötztaler Radmarathon

Un passaggio della Ötztaler Radmarathon

La televisione? Per pochi!

L’importanza delle granfondo si misura anche con i “passaggi” televisivi. Le granfondo ormai hanno assunto una tale importanza che spesso le più famose vengono trasmesse in diretta, non raramente sui canali RAI. Ma fate caso alle inquadrature: la parte del leone la fa l’aspetto agonistico. Le inquadrature sono concentrate sulla testa della corsa, sulla volata dei primi delle varie categorie, le successive interviste e premiazioni. Ho parlato (anche) di questo con Enzo Macor, responsabile di Marcialonga Cycling, che non ha avuto difficoltà a riconoscere che per la televisione è questo l’aspetto che ha maggiore appeal, anche nel caso di competizioni come la Marcialonga che nascono – e hanno tutta l’intenzione di rimanere – manifestazioni di massa e che mettono al centro la partecipazione degli amatori non agonisti. Non è la stessa cosa per gli eventi stranieri. Consideriamo per esempio la Ötztaler Radmarathon, probabilmente la più dura granfondo del panorama ciclistico europeo. Benché si svolga a cavallo tra Austria e Italia è da considerare a tutti gli effetti (organizzazione, lingua, partecipazione) una granfondo d’oltralpe. Provate a vedere i video ufficiali della gara: l’aspetto agonistico passa in secondo piano, le interviste, soprattutto durante la gara, propongono persone che partecipano alla ricerca di avventura, non di piazzamenti. Certo, la Oetzi, come è detta familiarmente, ha tutti i caratteri dell’avventura e il solo terminarla è motivo di enorme orgoglio: non per niente la maglietta di finisher viene consegnata solo al traguardo. L’approccio di partecipanti e media rispecchia in pieno questa considerazione.

Ma quindi non contiamo nulla?

Sulla base di queste considerazioni, verrebbe da pensare che il granfondista di livello medio basso “pesi” sempre di meno per gli organizzatori. Ma tutti, o almeno tutti quelli che ho sentito io, negano decisamente e, onestamente, io gli credo. Perché se è vero che conta sempre “il vil denaro”, è anche vero che siamo noi, la massa, a portarne di più, a determinare l’indotto. Non dimentichiamo che molte manifestazioni vengono organizzate con il supporto degli operatori dei settori turistici che hanno tutto l’interesse, per esempio, a ospitare alcune migliaia di appassionati, spesso con le rispettive famiglia, per un weekend, magari “lungo”. E non dimentichiamo nemmeno che molti organizzatori sono, o almeno sono stati, a loro volta appassionati pedalatori e quindi conoscono perfettamente esigenze e spirito del granfondista. Direi quindi che siamo, anzi continuiamo a essere, ancora “importanti”.

Gruppone in salita

Le possibili soluzioni

Quindi come si può fare a migliorare la convivenza tra i migliori e noi granfondisti della domenica? Personalmente, temo che non ci siano molte soluzioni. Tutte le proposte partono dal presupposto che aumentino i distacchi tra le varie fasce e che queste siano più omogenee per livello. Per conseguire questo ultimo obiettivo forse c’è ancora margine di azione, ma maggiori distacchi significa occupazione delle strade per tempi più lunghi e, salvo qualche sparuta eccezione, è difficile ottenere qualcosa dalle amministrazioni locali che, a fronte della riconoscenza dei ciclisti, dovrebbero fare i conti con automobilisti e residenti furiosi se la chiusura durasse ore. Non resta quindi che appellarsi al buon senso di noi granfondisti e ricordarci che tutti abbiamo titolo per essere sulla strada in quel momento ma che tutti la domenica sera o il lunedì dovremo tornare dalle nostre famiglie o al lavoro. Meglio essersi divertiti tutti e tornare tutti interi, no?

E tu hai qualche suggerimento per migliorare la sicurezza e la convivenza tra i diversi tipi di granfondisti?

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