Hai visto il video di Max Hauke, lo sciatore di fondo austriaco sorpreso con l’ago in vena mentre pratica l’autoemotrasfusione ai mondiali di sci nordico? Ti confesso che l’espressione smarrita di questo ragazzo, non ancora ventisettenne, mi ha colpito. Eppure io sono contrario al doping. Anzi, sono contrarissimo. Va contro ogni mio principio l’idea che qualcuno possa barare per battere gli altri o anche solo per migliorare se stesso. E allora perché mi dispiace per qualcuno beccato con le mani nel sacco e del quale non conoscevo nemmeno l’esistenza un attimo prima di vedere questo video? Per spiegartelo, devo fare un passo indietro, e anche piuttosto lungo.

Il caso di Ivan Basso

Il primo luglio 2006 comincerà il primo Tour de France post Lance Armstrong. Il favorito è Ivan Basso, ma il giorno prima viene estromesso dal Tour de France. Cosa è successo? Semplicemente è scoppiato il famoso caso Fuentes, dal nome del medico indagato dalle autorità spagnole. Basso non è stato trovato positivo, ma nella clinica di Eufemiano Fuentes sono state sequestrate sacche del suo sangue. A me dispiace tantissimo, sono tifoso di Ivan e, a dirla tutta, da quel momento sono anche parecchio incazzato con lui che è sempre stato considerato un uomo pulito, acqua e sapone, e che mi piaceva anche per questo. Ma Ivan Basso è uno stronzo, un ladro, un dopato? Con il tempo ho concluso che no, non lo è affatto. Nel 2010, quando vince sullo Zoncolan, mi commuovo e dico a mia moglie, incinta del nostro primogenito: «Nostro figlio si chiamerà Ivan». Nostro figlio si chiama Filippo e questo dovrebbe farti capire qual è il mio peso nella mia famiglia! Ma il succo della faccenda è che io avevo “perdonato” Ivan Basso, per me era una persona che aveva sbagliato e, tra l’altro, abbondantemente pagato.

Perché si dopano

Nel 2011 Basso ha pubblicato la sua autobiografia, “In salita controvento“. Lo hai letto? Perché se lo hai letto, non puoi non aver colto il peso della pressione a cui è stato sottoposto fin da bambino, quanto ci si aspettava da lui (e lui si aspettava da se stesso) ogni volta che saliva in bici. Fatte le dovute eccezioni, io credo che un atleta non cominci a doparsi perché “è cattivo”. Lo fa perché non resiste alla pressione. Prova a pensare a un ragazzo di 17-18 anni che si sente dire dal medico della sua squadra che può farlo, che è sicuro, non lo beccheranno mai e diventerà fortissimo. Non ha gli strumenti per opporsi, non ha le conoscenze, la cultura, la personalità per dire no, sapendo magari che “no” vuol dire smettere di gareggiare. Oppure è più fortunato, non incontra la persona sbagliata, ma poi arriva al professionismo e vede gente che vola. Eppure fino a pochi mesi prima li batteva facilmente. È chiaro che resistere alla tentazione dell'”aiutino” è durissima, anche perché magari l’anno prossimo rischi di rimanere senza contratto e di chiudere la carriera. Così, hanno raccontato in tanti, funzionava negli anni ’90 e nel primo decennio del 2000. Però io francamente non me la sento di condannare sotto il profilo etico (è chiaro che la legge, sportiva e non, deve invece farlo) chi sbaglia la prima volta. La posta in gioco è la vita, intesa come vita familiare e professionale. Non è poca roba.

In salita controvento, il libro di Ivan Basso
La biografia di Ivan Basso, un libro che mi ha fatto riflettere

Cosa fa l’EPO

Ecco, appunto. È in gioco la vita. In effetti è in gioco anche sotto il profilo della salute. Prendiamo l’EPO, tanto per fare un esempio. È un ormone prodotto dal nostro organismo. Ma è anche una medicina utilizzata per curare le anemie. Capito? Una medicina che cura determinate malattie. Ma se uno quelle malattie non le ha, allora serve ad altro. A migliorare le prestazioni sulle competizioni di lunga durata, per esempio. Ma questo vantaggio non è senza prezzo. Un soggetto che prende l’EPO per migliorare è soggetto a trombi e un trombo può uccidere o, quanto meno, causare patologie gravissime. Per esempio embolie polmonari, ictus cerebrali, infarti.

E ora la domanda

Detto questo, io vorrei chiedere a uno sportivo amatore, come un granfondista, ma anche un frequentatore di palestre, un runner e via dicendo: ma ne vale la pena? Con tutti i rischi connessi, ne vale veramente la pena? Perché? Per migliorare la tua posizione in classifica, il tuo tempo, il peso che sollevi? Ma chi stai ingannando oltre a te stesso? Ecco, io posso capire un ragazzino o un professionista. Non sono d’accordo ma posso capirlo. Ma un amatore, un granfondista, proprio no.

E tu cosa ne pensi del doping? Condanni senza ombra di dubbio o, come me, credi che chiunque sbagli una volta abbia diritto a una prova d’appello?

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