Paola Gianotti: 144 granfondo | La Mia Prima Granfondo
Paola con i pollici alzati: keep brave!
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Paola Gianotti: 144 granfondo

Noi affrontiamo una granfondo, lei ne ha fatte 144, una dietro l’altra, tutti i giorni e in solitaria. Paola Gianotti è entrata nel Guinness dei primati dopo aver portato a termine il giro del mondo in bicicletta in 144 giorni. Partita dalla sua città, Ivrea, l’8 marzo 2014, è tornata il 30 novembre dello stesso anno, dopo aver percorso 29.400 chilometri, pedalando attraverso Europa, Sud e Nord America, Oceania, Asia e di nuovo Europa. Nel mezzo, un incidente in Arizona, causato da un automobilista più interessato al proprio cellulare che alla strada, che le ha lasciato una vertebra rotta e tanta fatica per tornare in sella e terminare il suo giro del mondo. Anche se il suo esercizio è molto differente da quello di noi granfondisti “classici”, mi è sembrato interessante riportare la chiacchierata che ho avuto con lei, perché molti spunti, soprattutto – ma non solo – a livello motivazionale, possono essere condivisi.

Paola Gianotti nuvole

La scelta del giro del mondo

Quando ho parlato con Paola, avevo letto (due volte!) il suo libro, Sognando l’infinito, e avevo un’idea abbastanza precisa dei motivi che l’avevano spinta a partire. Qualche delusione lavorativa, culminata nella chiusura di un’attività, una persona abituata a viaggiare in modo non proprio “comodo” e la sfida sportiva. Da questi ingredienti nasce quella che Paola chiama “l’illuminazione” e una sera, in una pizzeria napoletana, informa a bruciapelo la sorella e l’amica, che poi diventerà la sua compagna di viaggio, della decisione: farà il giro del mondo. Del resto, sappiamo bene che l'”Idea” può nascere per i motivi più vari

Paola Gianotti il percorso

La preparazione e la motivazione

Pensa di iscriverti a una granfondo, ma senza sapere se verrai sorteggiato tra i partecipanti. È difficile allenarsi in queste condizioni, giusto? Immagina le difficoltà di Paola nel preparare la “sua granfondo”. In primo luogo ha dovuto occuparsi personalmente degli aspetti logistici e soprattutto di trovare gli sponsor, senza i quali non sarebbe stato nemmeno possibile ipotizzare di partire. Senza un supporto economico non ci sarebbero stati un camper e relativo equipaggio al seguito, il materiale tecnico, il cibo e via dicendo. Gli sponsor sono arrivati, ma all’ultimo momento, e fino a quel punto l’incertezza era tanta. E poi allenarsi… già ma come? A chi chiedere consiglio? Forse solo gli ultrabiker hanno idea di cosa voglia dire stare in sella per oltre 215 chilometri di media tutti i giorni per 144 giorni di fila. Ho chiesto a Paola come ha fatto a non arrendersi, a non mollare. Mi ha risposto che le motivazioni ognuno di noi le ha dentro di sé, inutile cercarle al di fuori. Ha avuto anche il supporto di una psicologa sportiva, che l’ha aiutata soprattutto a chiarire a se stessa i motivi che la avevano portata a concepire quell’impresa, ma non si è arresa semplicemente perché era assolutamente decisa, dentro di se, a fare questo viaggio. Un bell’esempio di determinazione, da ricordare quando non ce la facciamo più e al traguardo della nostra granfondo mancano ancora diversi chilometri!

Pedalare da soli e in gruppo

Nel corso della nostra conversazione, Paola ha sottolineato più volte la bellezza del pedalare da soli. «A me, quello che piace del pedalare da sola, è che faccio un viaggio interiore, come puoi immaginare, pedalando anche tu». In realtà, io sono abituato a pedalare in gruppo e nonostante ami, qualche volta, uscire da solo, proprio per i motivi che spiega Paola, non riesco a immaginare cosa possa essere fare 9, 10, 11 ore di strada ogni giorno, da soli. È vero che c’era un camper che la seguiva, ma non è la stessa cosa. Continua Paola: «Sì, avrei voluto compagnia, la mattina quando mi svegliavo all’alba avere in bici una persona che sta soffrendo come te, che sai che sta vivendo quello che stai vivendo tu, è sicuramente un aiuto». Ma poi tornava a parlarmi della bellezza di pedalare da sola e capivo che, per quanto si fosse spesso allenata con gruppi di ciclisti, i suoi momenti più belli erano proprio quelli che si era gustata in perfetta solitudine, magari su una strada sempre dritta nel mezzo dell’Australia o attraverso un deserto del Sud America, quelli nei quali «sei proprio tu, con il tuo io».

Paola Gianotti nel deserto

L’emozione più grande

Ma come si concilia questo “viaggio interiore”, come lo definisce Paola, con la necessità di “fare il tempo”? In fondo, per raggiungere l’obiettivo del record del mondo, doveva pedalare per un certo numero di chilometri ogni giorno. E infatti, prima dell’incidente, la necessità di “fare in fretta” era sempre ben presente, ma dopo… «Quando mi sono rimessa in bici mi sono detta: OK, io il mio record l’ho fatto, sono tornata in bici dopo tutto quello che è successo e adesso vada come vada. Nella mia testa mi sono resa conto che a quel punto potevo ottenere tutto quello che volevo». E quale è stata l’emozione più grande nell’arco dei 144 giorni in sella? Se avessi dovuto indovinare, avrei detto il ritorno a Ivrea, l’arrivo, il raggiungimento dell’obiettivo, la gioia per la festa preparata dai concittadini. Ma Paola mi stupisce: «È vero, l’arrivo a Ivrea è stato indimenticabile, orgoglio e soddisfazione a mille, ma è stata una giornata che è volata. Il momento più emozionante è stato forse la partenza, perché stavo partendo per qualcosa di assolutamente ignoto, non avevo proprio idea di quello a cui andavo incontro, ma sapevo che stavo iniziando il mio sogno».
E tu, qual è stata la tua grande impresa? Raccontacelo scrivendo un commento qua sotto.

Mi chiamo Alessandro, sono nato nel '64 e vivo a Milano. Amo il ciclismo da sempre e da un po' di anni ho ricominciato ad andare in bici con regolarità. Da 3 anni faccio parte dei Lenti e Contenti, una squadra la cui filosofia è tutta nel nome. Vi racconto le mie uscite in bici, le mie granfondo e cerco di darvi consigli utili, basandomi sulla mia esperienza più che sulla teoria.

4 commenti

  • Eugenio

    Bellissimo articolo e bellissima storia.Io la mia grande impresa potrei dire di averla raggiunta e cioè una maratona dopo aver scoperto grossi problemi di cartilagine,ma la vera impresa spero di portarla a termine sarà a maggio quando affronterò la 100km del passatore,un sogno che spero possa diventare realtà.Eugenio

    • adsoul

      Ciao Eugenio,
      innanzitutto grazie per i complimenti. Per quanto riguarda il Passatore ti auguro di concluderlo bene come vuoi tu. Dei Lenti e Contenti fa parte Smile, al secolo Maurizio, che lo ha terminato 2 volte; mi ha raccontato quanto sia grande l’emozione e ti auguro di cuore di viverla anche tu. Forza!

  • Giovanni

    Quando sono riuscito a portare Paola a Rimini per raccontarci le sue “biclettate” e conoscerla meglio. Grandonna più che granfondista. 😊

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