Pedalare nella leggenda | La Mia Prima Granfondo
Le ultime rampe del Crocedomini
Racconti

Pedalare nella leggenda

Stai pedalando su una “strada leggendaria”. In salita, in pianura, sul pavè, poco importa. Importa che su quella stessa strada un campione ha scritto una pagina di ciclismo che è entrata nell’epica di questo sport. Magari quella strada era sterrata e ora è perfetta, liscia e scorrevole. O forse quel giorno era stata una tormenta a far entrare nella memoria degli appassionati le immagini dei corridori, mentre tu pedali sotto un bel sole e hai le borracce piene per dissetarti quando vuoi. Ancora una volta, poco importa. L’emozione che stai provando, pensando che prima di te di lì sono passati Coppi, Bartali, Merckx, Gimondi, Hinault, Nibali… questa sì che importa.  È vero che anche altri sport hanno i loro luoghi sacri, ma quanti possono dire di aver battuto un corner a San Siro o sfiorato l’incrocio al Santiago Bernabeu? Invece anche un amatore scarso come me può facilmente – be’, “abbastanza” facilmente – arrivare in cima al Pordoi.

Arrivo al Santuario di Oropa
Arrivo al Santuario di Oropa: gli altri se la ridono io sono finito

Il Pirata e la rimonta di Oropa

Te lo ricordi? All’inizio della salita gli cade la catena, riparte che è praticamente ultimo, raggiunge e stacca tutti i compagni di squadra che si sono fermati ad aspettarlo. Continua. A uno a uno raggiunge e stacca tutti gli avversari e al traguardo è primo. Lui, ovviamente è Marco Pantani e lo scenario è la salita di Oropa. Io ci sono salito nel 2016 e, confesso, ho impiegato un po’ più del Pirata per arrivare al santuario! Siamo partiti, io e altri 10 Lenti e Contenti, da Milano che non erano nemmeno le 7 del mattino. Il cielo era grigio, di quel grigio che normalmente si associa alla mia città. Ma nel corso della mattinata… è peggiorato. Nel senso che lungo la strada ha cominciato a piovere e di acqua ne abbiamo presa tanta fino a Biella. E qui comincia la salita. Ora, se guardi l’altimetria, non è che la salita di Oropa sia terribile, sono 13 chilometri al 6%, ma è solo negli ultimi 5 chilometri che le pendenze superano l’8%. Ma sarà stata la pioggia, sarà stata una giornata no, sarà stato aver pedalato in pianura per 100 chilometri e poi dover cambiare ritmo per la salita… sarà stato uno di questi fattori o tutti insieme, ma io sulla salita di Oropa ho fatto una fatica porca! Ricordo che eravamo ancora quasi tutti insieme nei primi chilometri della salita – noi cerchiamo di rimanere il più possibile insieme anche quando la strada sale – tranne 2 o 3 che erano già più avanti per “evidente superiorità”. Qualcuno mi si avvicina e mi dice: «Tu che hai la gamba, non farti problemi, se vuoi andare vai». Poche centinaia di metri e ho seguito il consiglio, quasi alla lettera. Dico quasi perché mi sono sì staccato, ma di dietro! Ragazzi, che fatica, il santuario non arrivava mai. Quella volta, lo ammetto, ho pensato poco alle strade sulle quali stavo pedalando e alle imprese dei campioni, ma ho solo portato la bici al traguardo, come si dice. Sempre sperando che il santuario si palesasse davanti a me e alle mie gambe completamente vuote. Però ne valeva la pena, perché è veramente un luogo meraviglioso. O forse è sembrato meraviglioso a me perché lì sono finalmente sceso dalla bici?

Hinault in crisi sul Crocedomini

Io amo la Val Camonica. C’è di tutto, natura, preistoria, salite… soprattutto salite. Come il Crocedomini. Nel 2017 l’ho scalato partendo da Bienno e, vuoi sapere una cosa? Mi sono davvero divertito, a differenza di Oropa. Certo è duro. Certo, è una delle salite più lunghe che abbia mai fatto, oltre 18 chilometri. Certo, faceva davvero caldo. Però è una di quelle salite che piacciono a me, piuttosto regolare, senza grosse pendenze. È facile prendere il proprio ritmo e tenerlo per tutta la salita. Secondo me, quando si sale per più di un’ora (e io ci ho messo molto di più!), è fondamentale partire piano. Serve, appunto, a prendere il proprio passo, ma anche a tenersi le energie per l’ultima parte della salita, quella nella quale sei inevitabilmente stanco. Ma se hai già dato il meglio, gli ultimi chilometri saranno un calvario (a me è capitato, eccome), altrimenti sarà fatica, seguita da soddisfazione quando sei in vetta. A proposito di soddisfazione, sai chi deve averla provata quando ha raggiunto la vetta? Bernard Hinault, nel 1982. Quel giorno – si saliva dall’altro versante – fu attaccato dalla fortissima Bianchi, con Gibì Baronchelli, Silvano Contini e lo svedese Tommy Prim, e staccato. Perse la maglia rosa, ma siccome era Bernard Hinault, secondo me il più forte corridore in assoluto dall’epoca di Eddy Mercks, il giorno dopo staccò tutti sulla salita di Montecampione e se la riprese. Sì, “quel” Montecampione, quello del duello tra Pantani e Tonkov, quel Montecampione che parte dalla Val Camonica che a me piace tanto. Vuoi vedere che nel 2019 ci faccio una scappata, tanto per continuare a pedalare sulle strade delle leggende?

Passo del Turchino, la galleria di valico
Passo del Turchino, la galleria di valico, qui a sinistra c’è il monumento a Girardengo

Il passo del Turchino e quella volta che Coppi…

Sono partito da Ovada da un quarto d’ora e sono già fermo. No, questa volta la colpa non è delle mie gambe ma di un passaggio a livello. La mia meta è il Passo del Turchino. È vero che sarei comunque dovuto passare da queste parti perché sto andando in Riviera. Ma il motivo per il quale ho scelto di percorrere il Turchino da questo versante, è un altro. Fai un bel salto indietro nel tempo. È il 1946, la guerra è finita da pochi mesi, è la prima Milano-Sanremo del dopoguerra, torna la “Classicissima di apertura”. Fausto Coppi è in fuga già da Binasco, neanche 20 chilometri dopo la partenza da Milano, insieme ad altri 5 “disperati”. Ma dura fino al Turchino, perché è qui che il Campionissimo stacca tutti, per non venire più ripreso fino al traguardo, dove arriverà con 14 minuti sul secondo. E allora io volevo vederlo questo Turchino e pedalarmelo, giusto per poter pensare che su quella stessa strada era passato Fausto Coppi. E sai una cosa? Non è nemmeno una salita. Giuro! Da Ovada sale gradualmente per 24 chilometri, ma talmente poco che, per la maggior parte del tempo, sei in pianura, nemmeno in falsopiano. Poco prima di Rossiglione c’è uno strappetto, ma poca roba, ed è solo l’ultimo chilometro e mezzo che presenta pendenze superiori al 5%. Se mi segui da un po’ lo sai, non ho una gran gamba, ma questa è proprio una salita per tutti. La mancanza di difficoltà è compensata ampiamente dal panorama e dai paesini che si affacciano sulla strada. Un nome su tutti? Campo Ligure. Io sono arrivato in cima, ma mi sono fermato prima della galleria di valico. Subito prima del suo imbocco, sulla sinistra, c’è il monumento a Costante Girardengo, altro Campionissimo. Bene, ti do un consiglio: prendi la stradina che qui gira a sinistra e poi si arrotola a destra ritornando su se stessa, e fermati proprio sopra la galleria. Il panorama delle macchine, moto e bici che passano sotto di te è suggestivo e potrai immaginare il gruppo che, alla prossima Sanremo, passa sotto di te e si infila in galleria. E magari, farti anche tu la stessa domanda che mi facevo io, lì fermo su quel sentierino: ma quanto doveva essere più forte di tutti Coppi per staccare tutti su quella salita non-salita?

Progetti per il futuro?

E tu, tu che hai letto fin qui, e magari qualche piccolo brivido lo hai pure provato, quali sono le strade che hai percorso, sentendoti “in mezzo alla leggenda”? E quali sono quelle che vorresti fare, che magari sogni da anni ma non ti è mai capitato? Io ho nel cuore lo Stelvio, magari dal lato altoatesino, quello di Coppi nel 1953, e sono convinto che prima o poi ce la farò. E poi la foresta di Arenberg, hai presente? Il tratto di pavé più sconnesso di tutta la Parigi – Roubaix. Ma quello, sono convinto, al massimo lo farò a piedi. Non sono un drago a guidare la bici e “tengo famiglia”, voglio portare a casa la pelle.

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Mi chiamo Alessandro, sono nato nel '64 e vivo a Milano. Amo il ciclismo da sempre e da un po' di anni ho ricominciato ad andare in bici con regolarità. Da 3 anni faccio parte dei Lenti e Contenti, una squadra la cui filosofia è tutta nel nome. Vi racconto le mie uscite in bici, le mie granfondo e cerco di darvi consigli utili, basandomi sulla mia esperienza più che sulla teoria.

2 commenti

  • DJFalco

    Carissimo , come sempre dai tuoi articoli traspare l’ammirazione per il ciclismo che fù e il rispetto per la storia di questo sport. La Sanremo, si , quando fai il Turchino non puoi non pensare a Coppi o a cosa vuol dire pedalare a tutta come fece il magico Bugno nel 90 per 300 km . Io spesso percorro Cipressa e Poggio e quanti scatti si sono visti su queste salitelle dopo 290 km a 40 di media. E poi lo Stelvio di Coppi non asfaltato con bici a 3 rapporti, pura epopea !! Il mio sogno… si lo Stelvio, si Gavia e Mortirolo, ma… Sappilo quest’anno io e te e non saremo soli, faremo la Cuneo Pinerolo. E poi chissà cosa scriveremo. Ciao Ale

    • Alessandro

      Grazie a te per le tue parole DJFalco, come sempre. A proposito della Cuneo – Pinerolo, una domanda: secondo te, avremo ancora la forza di scrivere dopo?

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