Alla partenza della Granfondo hai diverse cose da fare: prima fra tutte guardarti intorno, goderti le emozioni del momento, fare gli ultimi controlli sulla bici, assumere gli ultimi energetici, controllare che gel e sali siano nel tascone giusto della maglia, verificare che il chip sia posizionato bene ma senza darti fastidio quando pedali, impostare il ciclocomputer, scambiare quattro chiacchiere e le ultime impressioni con gli altri granfondisti. Sembra sempre che l’attesa in griglia sarà interminabile, ma in realtà di tempo a disposizione ne hai pochino. Non puoi arrivare alla partenza senza avere definito chiaramente le tue aspirazioni, perché certo non avrai modo di pensarci all’ultimo momento.

Quando sono arrivato in griglia per la mia prima Granfondo avevo ben chiari in mente quali fossero i miei tre obiettivi:

  1. arrivare in fondo senza problemi, insomma sopravvivere!
  2. Superare la salita più dura senza mai mettere il piede a terra, e se possibile senza zigzagare;
  3. godermi l’arrivo “in parata” con i miei compagni di squadra.

Arrivare in fondo

Ma come arrivi a definire i tuoi obiettivi? Prima di tutto devi conoscere le tue forze e devi sapere fino a che punto ti ha portato l’allenamento dei mesi precedenti, come ho spiegato in Nasce l’idea della prima Granfondo. Gli agonisti, ossia i ciclisti che partecipano alle Granfondo con spirito competitivo per ottenere un buon piazzamento o per migliorare il loro tempo dell’anno precedente, dicono che non si può arrivare a una Nove Colli senza avere nelle gambe almeno 5-6.000 chilometri. Dal loro punto di vista hanno senz’altro ragione ma io, il 24 maggio 2015, mi sono presentato in griglia avendo percorso la “miseria” di 1.575 chilometri, con un dislivello di soli 11.000 metri in tutto il 2015. Con queste premesse, è chiaro che non potevo pensare di inserirmi nei gruppi che tirano i 40 km/h. Per me, si trattava di arrivare al traguardo senza soffrire troppo e naturalmente evitando cadute e incidenti (oltretutto pioveva in modo insistente, con tutti i pericoli che comportano le strade bagnate). Quindi, come prima cosa, ho studiato a fondo il percorso. Non serve fare una ricognizione, quella la si può lasciare ai professionisti. Io mi sono limitato ad andare sul sito della Granfondo per analizzare il tracciato, cercando di imprimermi bene nella mente i punti fondamentali, e cioè a che chilometro iniziavano le salite, quanto erano lunghe, se erano seguite da discese o da tratti in pianura e, naturalmente, la posizione dei punti di ristoro. Tenendo bene a mente questi punti, fin dai primi chilometri ho controllato spesso e volentieri il cardiofrequenzimetro, in modo da non “sparare” tutto subito, e ho cercato di inserirmi nei gruppi che viaggiavano a una velocità comoda per me.

La salita

A proposito di salite, se dovessi associare una sola parola alla Nove Colli, questa è “Barbotto”. Il Barbotto è la salita simbolo di questa manifestazione, quella che tutti aspettano, di cui tutti parlano e della quale (quasi) tutti hanno una gran paura. Perché? Perché i cartelli indicano pendenze in stile Everest nell’ultimo tratto: la leggenda vuole che l’ultimo chilometro abbia una pendenza media del 18%. Leggenda? Sì, perché dopo aver percorso 2 volte questa salita, sono convinto che il 18% sia la pendenza massima, non la media. Le mie gambe e i miei polmoni però non sono d’accordo, perché quando arrivi a quel famoso cartello con più di 90 chilometri nelle gambe, ti sembra davvero di trovarti davanti una rampa di un box. Sono poche centinaia di metri, ma per la maggior parte dei granfondisti la tentazione di scendere e spingere la bici è forte. Anzi, molti lo fanno sul serio: niente di male, ovviamente. Solo che, per me, l’essenza del ciclismo è sempre stata la salita e mi sarebbe seccato tanto non riuscire ad arrivare in cima in sella alla bici. Il compenso? I Lenti e contenti che avevano già scollinato mi aspettavano in cima, incitandomi e dandomi il cinque. Ovviamente, tu devi fermarti e fare lo stesso per gli altri compagni di squadra che arriveranno dopo di te.Il famigerato cartello che indica le rampe al 18% del Barbotto

L’arrivo

Nella mia squadra c’è un certo numero di abitudini che, probabilmente, non sono poi molto diffuse fra i cicloamatori. Una di queste, forse la più caratterizzante, è la voglia di arrivare insieme al traguardo, di sfilare quasi come se fossimo in parata. È chiaro che, partendo spesso in più di 20 ed essendoci tra noi chi va più forte e chi meno, non riusciamo mai ad arrivare tutti insieme. C’è però sempre un “nucleo”, composto da un buon numero di Lenti e Contenti, che si presenta compatto sotto lo striscione. Alla mia prima granfondo, io ci tenevo parecchio a farne parte. Arrivare insieme comporta tante cose, prima fra tutte la necessità di aiutare i compagni in difficoltà. Quando ci si avvicina al 130° chilometro, ci sono sempre quelli in difficoltà, chi ha un po’ di crampi, chi è caduto in discesa (sì, è successo anche questo, e per fortuna si è risolto tutto con un grosso livido), chi semplicemente non ne ha più. Quindi ci si aspetta e ci si aiuta, tirando anche per loro e assicurandosi che tengano le ruote. Magari questo costa qualche decina di minuti in più sul tempo finale, ma le nostre espressioni felici al traguardo dimostrano che ne è valsa la pena.L'arrivo in parata dei Lenti e Contenti

Non importa quali siano i tuoi obiettivi, anche la semplice idea di fare tutta la Granfondo con tranquillità, fermandosi a ogni ristoro, è rispettabilissima. L’importante è che tu abbia le idee chiare su quello che vuoi ottenere e soprattutto, sia realista nel definire i tuoi obiettivi, così da non aspettarti l’impossibile da te stesso e goderti la Granfondo fino alla fine. E tu che obiettivi hai alla partenza? Lascia un commento e raccontaci le tue aspettative in griglia.